La filosofia di
DEMOCRITO

Con l’arrivo intorno al 480 a.C ad Abdera del filosofo naturalista Leucippo, probabilmente di Mileto, emigrato in seguito all’invasione persiana insieme a molti altri ionii, Democrito (nato verso il 460 a.C.) trova in lui un maestro ideale per i suoi interessi naturalistici e filosofici. La rivoluzione atomistica portata da Leucippo ha nell’allievo sviluppi notevoli, specialmente nel campo biologico ed etico, ambiti di studio nei quali di Leucippo non risulta storicamente nulla. Democrito, a differenza del maetro, scrive moltissimo e il catalogo delle sue opere, andate quasi tutte perdute, è molto vasto. Catalogo che ci proviene dalle registrazioni di un certo Trasillo di Mende (vissuto tra il I° secolo a.C. e il I°secolo d.C.), un grammatico egiziano che era riuscito a venirne in possesso, prima che la biblioteca di Alessandria venisse incendiata dai Cristiani intorno al 270 d.C. quale peccaminoso ricettacolo di paganesimo.
Salvo poche uscite da Abdera (probabilmente ad Atene) Democrito passa quasi tutta la sua vita in patria. Le sue ricerche concernono il mondo naturale, la matematica e la morale, in quest’ultimo campo egli ci ha lascito una cospicua raccolta di aforismi (o massime) in cui si trova una vera etica alternativa a quella di Socrate, naturalistica e non idealistica. Le sue ricerhe sono incentrate sull’osservazione dei fenomeni naturali e degli esseri viventi, in realtà egli può essere considerato un poligrafo, avendo trattato gli argomenti più svariati. Molto importanti sono le sue riflessioni intorno al linguaggio, con esiti originalissimi per l’epoca.
Per quanto riguarda la fisica e la cosmogonia Democrito è però quasi completamente debitore di Leucippo nel fondamento ontologico pluralistico, salvo rovesciare il principio causale, dal caso di Leucippo alla necessità (in accordo con gli Eleati). Il fatto è che Democrito è si pluralista, ma cerca cause unitarie e deve quindi ricorrere alla necessità per trovarne legittimazione. In campo gnoseologico egli dà importanti contributi, andando a costituire quella base sensista che Epicuro farà propria e che viene concepita sulla base di categorie sensorie ma convenzionali, come il colore, il sapore, il profumo, l’estensione, la lunghezza, ecc. Ne deriva che le cose percepite, ovvero ciò che è per noi, non sono la realtà bensì la modalità con cui esse si presentano, essendo la vera realtà soltanto gli atomi e i loro aggregati, ma anche i secondi così piccoli da non essere percepibili. Però sono proprio le apparenze fenomeniche che ci concernono come loro percipienti a far sì che esista un mondo in cui siamo e di cui in parte disponiamo.
La conoscenza è però di due generi, poiché una è quella dei sensi e un’altra è quella della ragione, conoscenza fenomenica e conoscenza razionalistica (che estrae dai fnomeni le loro generalità) sono infatti diverse: la prima quella dell’uomo comune, la seconda quella del filosofo. La base della conoscenza resta comunque la percezione ed essa è causata dagli “eidola” che escono dall’oggetto e colpiscono i nostri sensi, essi sono atomi particolarmente mobili che si staccano dai corpi e colpiscono il soggetto percipiente.
Sul piano etico-politico egli mostra di preferire la democrazia, ma siccome il filosofo deve soprattutto vivere secondo “eutimìa”, cioè assenza di passioni e tranquillità d’animo, il coinvolgimento nella politica deve essere evitato. A differenza di Platone Democrito pone la conoscenza della natura sopra ogni cosa ed è per questo che avrà in lui il maggiore nemico del suo pensiero. La sua morte, secondo le testimonianze, lo coglie ad Abdera intorno al 370 a.C.